Il corso
«Ma chi l’ha detto che la cosiddetta scrittura si può imparare?» Si ripeteva mentre saliva in machina. Accese quasi inconsapevolmente il motore e fece con la sua scarcassata utilitaria il primo chilometro senza quasi vedere la strada ed il traffico ingorgato.
« E poi so già scrivere… ho già scritto… sono già creativo… non mi serve a niente un corso di scrittura!»
Uscì lentamente dalla città e si avviò verso quella villa sconosciuta di cui sapeva solo il luogo.
Se la immaginava grande, luminosa, in una zona pedecollinare inondata di profumi: lì fra quell’ambiente accogliente, in compagnia di persone non convenzionali, avrebbe dovuto partecipare al suo corso serale. A quell’inutile, pesante, maledetto corso di scrittura cui però, forse per semplice curiosità, voleva partecipare. Ma già intuiva, invece, che in fondo c’era dentro anche una piccola sfida personale, anche solo quella dovuta al fatto che altri, sconosciuti, potessero leggere qualcosa scritto da lui e perciò giudicare, con lo scritto, anche il suo autore.
Come nei racconti delle fiabe la vide finalmente, splendida nell’oscurità di cui era circondata, la villa, la sede del corso.
Come un vagabondo si sentiva a disagio mischiandosi fra un gruppo di persone davanti ad una porta.
« È qui il corso di scrittura?» chiese ad una faccia rotonda.
«No, qui si discute di politica…» fu la secca risposta.
Con sollievo tornò a casa.
La lettera
Lo sguardo miope di Anna si posò sui cerchi con i quali terminavano le curvature della ringhiera: l’uno tangente all’altro, in sviluppo orizzontale, dodici cerchi di ferro arrugginito e scrostato coprivano la distanza del lato lungo di un minuscolo balconcino, sul ruvido cemento del quale stava fissamente accovacciata.
Dentro uno di questi cerchi osservò un airone lontano e sfocato che volava alto seguendo un percorso rettilineo oltre il muro di cinta che s’alzava biancastro a qualche distanza dal ballatoio. Lo vide passare in successione regolare nel terzo cerchio, entrare nel quarto, attraversarlo, sparire per un attimo dietro il corpo del ferro, per finire, nel quinto, in un punto sempre più indeterminato e incerto ove trapassò flebilmente in un grigio e indistinto nulla.
Girò lentamente la testa verso l’interno della cella: ogni oggetto o arredo le era noto in dettaglio. L’uso quotidiano per giorni e giorni, per anni ed anni, di quelle poche povere cose, le aveva fatto acquistare qualcosa che definire familiarità con esse, sarebbe riduttivo e, forse, quasi offensivo. Un cerchio di plastica lucida appeso alla parete era diventato il suo specchio, unico strumento della sua residua vanità femminile che le fosse consentito conservare ed usare sebbene fuori dalle norme del regolamento; un letto non rifatto, ma pulito e sgombro; tre mensole ad angolo colme di una quantità di scatole di cartone da imballaggio e di oggetti di varie fogge e colori dall’indefinibile funzionalità d’uso; poi la piccola e stretta porta verde socchiusa della latrina; un piccolo tavolo, alcune sedie, ed infine un vecchissimo armadio quasi cadente e inchiudibile alto fino al soffitto. Tutti questi oggetti dunque, erano per lei non più semplici cose esterne, ma come protesi del suo corpo, accessori non superflui del suo io. Quella misera cella era ormai parte della sua consapevolezza d’essere viva, anzi era viva attraverso quella cella. Una prigione certo, ma anche sicurezza del vivere. Uno schermo che separava dal mondo, ma anche dai suoi pericoli, dalle sue responsabilità, dai suoi abitanti, da una morte prematura.
Si rivolse di nuovo all’esterno: sul filo spinato alla sommità del muro di cinta, s’erano appollaiati due colombi, immobili sotto il sole ormai sopportabile del tramonto. Soltanto le cose aeree potevano essere viste da lei: le nuvole nel loro incessante movimento o falsa staticità; altissimi e silenziosi aerei di linea dalle mete lontane e sconosciute; varie specie di volatili più o meno selvatici. Il suo sguardo non poteva raggiungere i tetti delle case né tanto meno il terreno, invisibile dietro la muraglia, ed era forzato a scrutare solo gli abitanti impermanenti del cielo. A volte l’azzurro era talmente uniforme che dopo averlo fissato a lungo le appariva quasi grigio, un luccicante strano grigio che si popolava a poco a poco di piccole ombre brulicanti di vermetti traslucidi che si attorcigliavano l’uno sull’altro. Ma sapeva che ciò non era altro che un effetto ottico o chimico il quale avveniva all’interno della retina, non certo nel cielo alto e incontaminato che la sovrastava.
Aspettava la cena, non mancava molto. Avrebbe mangiato, come al solito, senza fame, senza gusto, magari guardando i programmi serali, quelli di svago o di giochi, non più i telegiornali. Notizie di cronaca e ancor meno quelle politiche e giudiziarie, non la interessavano, anzi le davano quasi fastidio e disagio.
A furia di aspettare come ora la cena, poi la notte, poi il sonno, quindi, di nuovo, la mattina, in un ciclo che trascorreva senza volontà e senza variazioni da gran tempo, forse da sempre, a furia di aspettare il passare dei giorni e delle notti, Anna era finita con il non aspettarsi più nulla, col non essere più attratta da nulla.
I colombi s’avvicinarono a piccoli passi guardinghi sul filo fino quasi ad affiancarsi, e le parve di sentire il loro ripetitivo tubare. Le affiorò da un lontano passato un ricordo indistinto di suo marito e di lei ancora giovani, anche loro, forse, un tempo erano stati come due colombi e si erano amati; o forse no, non ricordava, non poteva più esserne certa, e, del resto, che importanza aveva ormai? I ricordi non solo erano sfocati indistinti e intercambiabili, ma sembravano appartenere ad un’altra persona, una diversa Anna; sembravano appartenere ad un’altra lei: la “lei fuori”, diversa dalla “lei dentro”, quella internata. Ormai la “lei fuori”, la sua vita ed anche i suoi reati, non esistevano più se non in qualche flash in cui apparivano e poi subito svanivano sullo sfondo del cielo. Nulla di tutte quelle vicende la riguardava più; anche il dolore subito come quello causato, non erano altro che ricordi indeboliti, che la lasciavano distaccata e quasi indifferente. La rabbia dei primi tempi, come la speranza degli anni successivi, si erano dileguate da un pezzo, sostituite dall’infelicità quotidiana sempre uguale a se stessa. Questa le bastava per continuare a vivere, non aveva bisogno d’altro. Non c’era nessun altro per cui valesse la pena pensare, e anche se ci fosse stato, non avrebbe voluto pensarci. Il mondo gira e rigira, e fu saggio Qoelet quando disse:«Niente di nuovo sotto il sole» e lei stessa, Anna, con la sua vita di prima, quella nel carcere grande, e con quella di adesso, nel carcere più piccolo, non costituivano certo una novità.
Un colpo metallico alla porta la scosse per un attimo, era il segnale della cena pronta. Con lentezza si alzò per aprire lo sportello attraverso il quale le veniva dato il vassoio delle vivande. Ricevette tutto senza dire una parola e decise di sedersi sul letto a mangiare anziché, come al solito, al tavolo. Con un gomito però, urtò contro una scatola di cartone sulle mensole, la scatola si rovesciò e con essa il suo contenuto di vecchie lettere e carte di ogni dimensione. Fogli ingialliti e buste strappate si erano sparpagliate sul pavimento andandosi a ficcare ovunque. Mentre con calma raccoglieva ogni cosa una per una con le secche mani sottili, rinvenne una lettera sconosciuta, ancora suggellata.
Aveva l’intestazione del suo avvocato, o meglio, del suo ex avvocato. I contatti con lui erano infatti finiti da un pezzo dopo che la sua condanna passò in giudicato; e lei stessa non volle più incontrarlo: un po’ per l’insoddisfazione di non essere riuscita ad ottenere tramite lui gli sconti di pena che avrebbe meritato, e un po’ perché i giochi erano ormai finiti e nulla più valeva affaticarsi ancora.
«… Gent.ma sig.ra Anna Roberti – iniziava la lettera – come forse saprà, dopo la dolorosa scomparsa dell’avv. Antonio De Vito suo difensore, il sottoscritto è subentrato in toto nell’Ufficio legale di famiglia. Non abbiamo mai avuto il piacere di fare conoscenza personale, ma in questo periodo, durante il riordino e la informatizzazione dei nostri archivi, ho rivisto, sia pure per sommi capi, la sua lunga pratica di ormai molti anni fa…»
«La mia pratica?…» sussurrò alzando la testa quasi non ricordando di quale storia si trattasse. Proseguì distratta nella lettura scavalcando qua e là a caso alcune parole che non riuscivano a catturare l’attenzione dei suoi occhi:
«… scorrendo le deposizioni… rivedendo gli atti… sembrerebbe potersi ritenere… ci sarebbero non infondate possibilità… benefici… riduzioni… forse uno o due o tre anni… l’Ufficio sarebbe disponibile…»
Saltò alle ultime righe:
«… una sua risposta entro trenta giorni… nell’attesa…»
Quasi di sfuggita guardò la data: la lettera era vecchia di quattro anni.
«Attesa? Di chi?…» si chiese con voce sottile.
Le sue dita si apersero e la lettera scivolò di nuovo a terra in un angolo d’ombra. Con viso spento premette il telecomando, dal televisore uscì un’allegra musichetta pubblicitaria. Anna andò a sedersi sul letto e, con forchetta e cucchiaio in lega tenera, cominciò come sempre, come ogni sera da molti anni a mangiare, senza fame e poco gusto, la pasta calda del suo carcere.
Sulla noia
Langweile: Abbandoniamo ora ciò che abbiamo detto ieri e salpiamo verso lidi più ardui.
Boredom: D’accordo ti seguirò, anche se, mi pare, la volta scorsa facemmo un buon tratto di cammino. Certamente il carcerato, in genere, prova la noia…
Langweile: Senz’altro è così, ma occorre distinguere quella che potremmo definire la noia non voluta e imposta dall’esterno, da quella propriamente detta: più intima profonda e radicale. La prima infatti si confonde all’ira o al dolore di non poter fare ciò che vorremmo: come è appunto il caso di un carcerato che non può dar corso alla sua vitalità. Oppure, anche, di un uomo libero che per i più svariati motivi: una malattia, un contrattempo, un ritardo, si trova ostacolato da una qualsiasi situazione esterna e perciò si ribella contro essa costretto come si trova nell’immobilità.
Boredom: Certo lo dicemmo: costretto ad aspettare ed osservare semplicemente il tempo che passa, non potendo usare altrimenti la sua intelligenza.
Langweile: Ma ora si tratta di entrare ulteriormente in questa specie di antro che è la noia e considerare più da vicino perché e come essa sorga direttamente da un animo libero e non forzato da circostanza alcuna.
Quando il neonato staccandosi dalla madre lancia il suo grido, prova certo per la prima volta emozioni grandi, intense, forse irripetibili, di una profondità tale da restare poi per tutta la vita del tutto sotterranee. Fra queste emozioni, ritengo, non vi sia la noia. In certi momenti la vita stessa è talmente presente e possente da non lasciar spazio a niente altro che possa considerarla da lontano.
Boredom: Certamente, potremmo dire, il neonato ha altro cui pensare. Ma allora, seguendo ciò che dici, lo stesso discorso potrebbe valere anche per chi si trova molto impegnato in un combattimento, o tutto preso in un lavoro che lo impegna per intero.
Langweile: Proprio questo volevo dire. Molti affermano, infatti, che la noia sia un affare dei ricchi. Oppure, almeno, degli esseri umani che si trovano liberi dalla preoccupazione di sopravvivere. La noia originaria o interna, potremmo dire, può nascere solo in un essere umano che abbia il tempo di riflettere sul tempo, sul senso del suo agire, contemplare se stesso ed il mondo come se ne fosse fuori. Si tratta perciò di una caratteristica tipicamente umana, potremmo dire che proprio l’uomo quando riflette su se stesso è destinato alla noia…
Boredom: Ma questa idea, caro Langweile, la possiamo attribuire benissimo a molte altre situazioni tipicamente umane le quali non nascono in un uomo che sta lottando per vivere, e fra esse potremmo citare in primo luogo la filosofia. Anch’essa infatti è nata, nella cultura occidentale, in un momento in cui gli uomini hanno potuto contemplarsi e riflettere su ogni cosa liberamente e, potremmo dire, oziosamente.
Langweile: Ciò significa che la noia è molto più di un sentimento un’emozione di un qualcosa che si prova basta, senza nemmeno sapere il perchè. Significa invece che in essa si introduce la forza e la libertà del pensiero sulle cose e sulla propria vita stessa.
Boredom: Pensiero, giudizio e scelta …
Langweile: Certo, potremmo dire che la noia implica una valutazione e una decisione. Una valutazione di ciò che ti circonda, di ciò che vuoi dalla vita, e una decisione. La noia decide che ogni cosa: il tuo lavoro, la tua giornata, non valgono la pena di essere vissuti in pieno e perciò…
Boredom: Perciò cerchi qualcos’altro che non ti annoi, diversivi.
Langweile: Certo, divertimenti ed espedienti che catturino la tua intelligenza e le tue forze. Un po’ quello che Pascal diceva dei re i quali, non avendo nulla da fare, si annoierebbero a morte.
Boredom: Per questo era cura precisa di molti cortigiani fare in modo che il re si trastullasse nei più vari piaceri e spensieratezze, proprio per non dargli il tempo di annoiarsi e pensare quindi che anche lui, sebbene discendente dal dio, era destinato alla morte.
Langweile: Proprio così. Ma non vorrei che questa faccenda dei diversivi e dei passatempi sminuisse la vera forza della noia. Non si tratta solo di sfuggirle, ma proprio la noia è la spinta verso nuove conoscenze intellettuali e nuove esplorazioni umane.
Boredom: Intendi dire che la noia, al pari della meraviglia, sarebbero matrice di filosofia, di scienza e di esperienza?
Langweile: È una bellezza, caro Boredom, dialogare con te perché subito cogli dove conduce il discorso e subito ne intuisci la meta. Intesa come inquieta insoddisfazione, la noia giudica meschinità quello che ha davanti e lo odia, perciò stesso spinge a rifuggire da lei in quanto noia e dalla realtà insoddisfacente che dice averla fatta sorgere. Si tratta quindi di un atto globale dell’essere umano: emotivo e culturale insieme, tanto quanto la fede in un ideale o in un Dio, presente in chi si distacca dal fiume della vita e smette di remare, non per questo fermando la corrente. A volte penetrando in splendidi passaggi e spiagge mai visti, a volte in gorghi tremendi.
Boredom: Intendi che se uno si mantenesse unito al Tutto e si considerasse parte del flusso universale, non assumerebbe la noia in sè? In tal modo ogni cosa esprimerebbe esattamente ciò che la Vita universale chiede a lui ed egli non cercherebbe di modificare o trattenere nulla di quel flusso.
Langweile: Certo, ma non solo questo: tutta quella valutazione e quella decisione di cui parlavamo prima, non sarebbero altro che fantasmi figli dell’avarizia. Quell’avarizia per cui anziché buttarsi nella corrente della vita senza risparmio di energie e di entusiasmo, si pone come un argine, una diga che trattiene il vigore e la partecipazione, e lascia sfuggire solo col contagocce il suo contenuto vitale. La noia aspetta e aspetta che il tempo passi nella speranza, o addirittura nella fobia, di trovare qualcosa per cui valga la pena svuotare tutto senza riserve e rischiare la vita. Si potrebbe chiamare, la noia, la disperazione della propria possibilità d’amore e, proprio per questo, l’anticipo del disfacimento di un frutto che non abbia mai raggiunto la maturazione.
Tartine
Leccandosi un baffo ancora imperlato del vino appena bevuto:
«Certo che dopo una vita d'onesto lavoro, alla fine, veniamo tutti qui…» disse sospirando il primo vecchietto, pelle verdognola, magro e due mustacchi.
L'altro vecchio, un uomo imponente testa calva e rotonda, faccia costantemente rossa ed eccitata, gli stava seduto accanto sulla stessa panchina. Osservava altri vegliardi (più numerose le vegliarde in realtà), che, come ragazzine e ragazzini spensierati, sbocconcellavano qua e là dalle tavole imbandite, e a passi quasi di danza, canticchiavano pezzi fuori moda tenendo una tartina in una mano ed il bicchiere di plastica nell'altra. Tutto il gran giardino era invaso da settantenni e ottantenni nel pieno della fatidica festa per la prima accoglienza di un nuovo venuto. In quell'occasione, infatti, e vista la bella stagione, si radunavano fuori, nell'ampio parco all'esterno della Casa, all'ombra d’imponenti e distaccati ippocastani. E, come molti anni addietro tutti ebbero occasione di fare a scuola con un nuovo compagno, così ora reiteravano con il nuovo ospite. Il quale veniva immerso in una baraonda di nuove facce, spumante dolce, ombrelloni colorati, inservienti benevole, innumerevoli strette di mano, pacchette sulle spallucce, sorrisi (sdentati o dorati), grasse tartine e pasticcini, alcuni dei quali, freschi.
«Già, dopo tutta una vita di lavoro, il premio è qui...» gli rispose finalmente con poca energia continuando a guardare il movimento sul prato.
«Dobbiamo però considerare che vero premio è l'onestà stessa con la quale ci siamo comportati, il buon lavoro che abbiamo fatto...» replicò il vecchietto baffuto.
«Beh, quella – lo interruppe l’altro – l’onestà, è dovuta più ad una serie di circostanze che ad una precisa volontà... Lo lasci dire a me che una certa qual esperienza l'ho accumulata... anche se, forse, ora quel cumulo non mi servirà più. Ma l'ho usato sa? - distolse lo sguardo dai festeggiamenti e si girò verso il suo interlocutore fissandolo con occhi sporgenti e luccicanti di malizia – Sì, prima di entrare qui l'ho usato! Eccome!»
«Se per questo, anch'io – riprese il primo vecchietto –, ma l'onestà, mi creda, io l'ho sempre cercata, o, almeno, quasi sempre... si… si tratta di una circostanza che uno deve creare...»
«Lo saprà anche lei il proverbio – e con tono solenne, guardandolo dall'alto in basso, l'omone proferì – “L'occasione fa l'uomo ladro!” - poi, parlando quasi sottovoce - Voglio dire che tutti, in realtà, siamo ladri, e se qualcuno non ha ancora rubato, è soltanto perché l'occasione non gli è ancora capitata. Altrimenti, stia pur tranquillo, quegli se ne approfitterà, e senza pensarci su neanche troppo!» disse conclusivamente riassestandosi sulla panchina facendo tremolare le sue ampie cinture di grasso.
Ci fu una pausa di silenzio, ma il vecchietto magro non era intenzionato a considerare definitiva questa soluzione.
«Se fosse come dice lei – iniziò alzando la mano col palmo verso l’alto con un gesto circolare come a comprendere tutti i presenti – nessuno di noi sarebbe libero. Se tutti siamo ladri, se tutti abbiamo una natura ladra, ladra in modo congenito, ereditario come il peccato originale, non siamo nemmeno liberi! Dove andrebbe a finire la nostra intima esperienza, che avrà anche lei certamente provato, la nostra radicata esperienza d’essere noi stessi i fabbri del nostro destino…».
«Che lavoro faceva?» lo interruppe l’altro.
«Eh, cosa?»
«Prima, prima di venire qui dentro…»
«Professore. Insegnavo lettere. Ma l’ho fatto per pochi anni…»
«Ah, ecco! Certo, certo… – annuiva scuotendo la grossa testa abbronzata e lucida – Senta, io ho conosciuto tanta gente, di tutte le risme: poveri e ricchi, colti e incolti; scugnizzi svegli e rapidi nel procacciarsi droga, o qualsiasi altra cosa, alimentati con botte e cinismo dai loro genitori; come, anche, gente molto distinta e raffinata e simpatica pure, ricchi con conti in banca, attività commerciali prospere, case e ville. Tutti, dico: tutti, rubano. Non m’interessa la libertà dell’uomo, non so bene, al contrario di lei “professore”, che cosa sia, e, in fondo, non mi è mai interessato e m’interesserà ancora meno da oggi in poi che son venuto in questo posto. Ma ci starò poco sa… Comunque: tutti siamo ladri. E possiamo distinguere l’umanità in tre categorie: i ladri cretini che si sono fatti beccare e son finiti in prigione; una minoranza assolutamente incapace, tutti, tranne poche eccezioni, nati straccioni e che resteranno in mezzo ai loro stracci. E i ladri che stanno fuori, più furbi dei primi, che riescono a non farsi pescare. Essi sanno di essere ladri e ciò è noto anche a chi li frequenta, ma lo fanno con accortezza con un lavorio costante e sommerso, di anni, con pazienza e tenacia, senza pretendere tutto in una volta come fanno gli altri, i ladri cretini. Man mano accumulano, poi, tutte le cose diventano sempre più facili e usano il denaro ammassato per ampliare sempre più il raggio della loro riserva di caccia».
«E lei? Lei che faceva?»
«Diciamo… commerciante. Sì commerciante. Per tutta una vita. Ma… che le stavo dicendo?…»
«La terza categoria. Manca ancora la terza categoria di ladri»
«Ah, ecco! Sì. Io non mi ci colloco in questa categoria, forse lo ero una volta, ma poi… comunque: si tratta della categoria degli onesti.»
«Come? Onesti?»
«Eh, eh, capisco. Voglio dire di quelli che, anche se rubano, hanno la fama e la virtù riconosciuta dell’onestà. Essi sono i migliori, l’aristocrazia del mondo. I loro furti sono consentiti dalle leggi. Essi ricevono riconoscimenti per le loro attività a beneficio della società civile. Sono portati ad esempio come uomini di successo e contemporaneamente d’integrità morale. Sono quelli che godono già oggi, senza aspettare l’aldilà, sia della ricchezza materiale sia di quella spirituale, entrambe conseguenti alle loro ruberie».
«Razza di vipere sepolcri imbiancati…» proruppe l’altro vecchietto.
«Eh, eh… lo so, lo so… – riprese il primo con tono di superiorità, da grande vecchio saggio – È inutile citare quel povero Cristo… Vede bene quindi, caro amico, - mi permette di chiamarlo così? - che poiché siamo tutti ladri, siamo tutti uguali e quindi converrà ormai con me che…»
«Eh, no! Mi scusi, è vero che siamo tutti uguali in quanto esseri umani, ma non lo siamo riguardo alle nostre scelte. Anche se ci fosse al mondo un solo uomo, un solo innocente - e di sicuro c’è -, tutta la sua pseudoteoria va a patrasso. Basta quell’unico, magari lontano abitante della Papuasia, oppure dimenticato inquilino all’ultimo piano d’una casa popolare di questa città, a dimostrare che l’uomo può scegliere come condurre la sua vita. Può scegliere se commettere reati o non commetterli. Se rubare o non rubare, far del male o fare del bene. Commettere ingiustizie prepotenze o violenze oppure, al contrario, agire secondo giustizia lealtà e rispetto degli altri».
«Bene, bravo, bis! – gridò quello grasso battendo forte le mani e gonfiando le vene del largo collo - Eh sì, voialtri! Ma quando passerete dai libri alla realtà? Quando vi accorgerete che le vostre idee sono soltanto parole nere scritte su un foglio di carta, mentre la vita, la vita se ne frega delle vostre stampe e muove la mano a colui che, magari, nemmeno pensava a far del male a qualcuno. Un attimo di panico, e fa premere il grilletto anche a chi non farebbe mai del male ad una mosca. La scelta, di cui lei e quelli come lei parlate, non esiste. Noi non siamo né ideatori né esecutori delle nostre scelte, ma è la vita o, se vuole, la morte, a scegliere al nostro posto; mentre noi veniamo semplicemente risucchiati dentro un destino che prima ci appariva estraneo e lontano».
«Non è vero, io ho sempre scelto: sia quando ho voluto rispettare le regole sia quando ho voluto fregarmene! Ma poi… ho capito, ed è proprio questo che mi dà ora serenità. Ho capito e… riparato, perciò, di nuovo, scelto! Posso…»
«Ah, ah! Ma allora lei è un pentito! Miserere di me… miserere di me… ma di che si è pentito! Non sa ancora che la cosiddetta “legge” non ha nulla a che fare con il giusto il bene, o l’ingiusto ed il male? Dalla più antica giù giù per tutte le altre venute dopo, le leggi non sono altro che l’imposizione dell’interesse del più forte, e quindi l’apparato della sua avidità! Povero me! M’ero dimenticato di questa quarta categoria: quella dei furfanti pentiti, dei giuda corretti e beatificati…»
«Basta!» Scoppiò il magro fissandolo con occhi dilatati, pur mantenendo in viso il suo solito colorito verdognolo.
«Mi sono pentito… continuo a fare come prima, ma sono molto rincresciuto, molto rincresciuto…» lo canzonava il grasso.
«Basta!»
Così dicendo, alzò il suo scarno braccio che lasciava ciondolare la manica troppo larga e agguantò la spalla dell’altro tentando di smuovere quella gran massa corpulenta; a sua volta l’omone alzò il braccio per togliersi di dosso la mano di quello. Per un attimo i loro polsi furono vicini e sotto gli occhi di entrambi, lasciati allo scoperto dal polsino che si era ritratto all’indietro a causa di quei movimenti bruschi. Si guardarono e zittirono tutte e due un attimo.
Poi, il professore si fece rigido in ogni muscolo, come una statua; mentre il grasso ridacchiò col suo vocione ancora più forte di prima. Infine chiese:
«È stato lo Scortica vero? Al carcere di Opera vero?»
«Anche a te vedo…» rispose il professore.
Entrambi, si erano visti al polso lo stesso piccolissimo tatuaggio nero con una stella a quattro punte ed una una croce obliqua a bracci disuguali. Insignificante per tutti, ma non per loro, che c’erano stati. Forse, in anni non lontani l’uno dall’altro.
«Vieni socio, ora andiamo, torniamo in mezzo alla festa».
Il vecchio commerciante aiutò il vecchio professore ad alzarsi, lo prese sottobraccio e aggiunse:
«Avremo tanto tempo per parlare ancora, speriamo tanto tempo…»
E a lenti passi, si accostarono ad una tavola imbandita e scelsero una tartina.
Un personaggio?
Fermo la macchina in un posto vicino all’università, a motore ancora acceso incomincio a guardarmi in giro. Devo fare questo compito: descrivere qualcuno, e con ciò farlo diventare personaggio. Ebbene: che sia allora il personaggio stesso a farsi avanti, che venga lui, io non andrò a cercarlo.
Giro la testa in tutte le direzioni per scorgere se arriva qualcuno. Ad una certa distanza, in fondo al parcheggio, semiseduto sulla sbarra a strisce bianche e rosse con una gamba ciondoloni, vedo un giovane. Mi sembra di notare una scarsa capigliatura, ma, in compenso, dalla faccia fino al petto si stende una macchia compatta e nera. Probabilmente una folta barba.
Odio trasferire un elemento che costituisce un semplice dato osservativo: una barba qualsiasi, da un campo all’altro; eppure, irresistibilmente, non posso non pensare che quella barba non significhi qualcosa che vada oltre il suo semplice star là, attaccata a quel mento. Forse significa un certo qual “ di più” culturale? Certo che è strano al giorno d’oggi, anche fra i giovani universitari di sinistra, riscontrare queste barbe alla Fidèl. Oppure potrebbe avere un qualche significato di tipo artistico o semplicemente eccentrico o, mi viene ora il dubbio, religioso. Sono incuriosito.
Indossa una tuta rosso vivo sul tronco e con le braccia bianche, sulla schiena risalta un vistoso “23” rosso scuro orlato di bianco. Una certa qual ricercatezza pure nell’abbigliamento sportivo, quindi. Scende dalla sbarra e s’avvicina lento camminando dinoccolante e sollevando troppo le ginocchia: come chi camminasse nel fango fino alla caviglia. Le spalle leggermente incurvate in avanti, le braccia abbandonate a se stesse e mollemente dondolanti. Un’andatura da scimmia, mi pare, comunque indice di scioltezza muscolare e articolare: di sicuro non ha ancora dolori o reumatismi. Magari è studente dell’ISEF, molti di loro si iscrivono a quel corso di studi proprio per superare difetti fisici o di portamento, veri o presunti; ma, non essendo uno specialista nello stabilire lo stato di salute di una persona dal suo modo di camminare, non mi dilungo oltre.
Forse sente freddo e tuffa le mani nelle tasche della giacca per riscaldarle sulla pancia. Ora noto altri particolari: soprattutto le scarpe da ginnastica luride e tutta la parte dei pantaloni che sta sotto il ginocchio lercia all’inverosimile, tanto da trasformare in marrone grigio il beige che il resto dei pantaloni esibisce ancora. Ma dov’è stato? Mi chiedo io. Dove ha camminato?
Avanza inconsapevolmente, presumo, verso la mia macchina. Per attirare meno l’attenzione spengo il motore.
Ora posso notare anche i particolari del viso: faccia ovale dai lineamenti delicati e allungati dalla presenza di quella barba lunga e stretta, capelli stempiati, neri, sopracciglia folte e diritte, naso corto e sottile. Lo sguardo degli occhi scuri sembra tranquillo e d’una pacata beatitudine, penetrante, ma per me, in fondo, impenetrabile e misterioso. Forse perché rivolto a realtà non presenti in quel parcheggio, ma tuttavia davanti al suo sguardo mentale, al suo terzo occhio. Un perfetto frate francescano, se fosse vestito da frate o una specie di santone se ne avesse la tonaca. Guarda in modo intelligente, senza nevrosi, con calma. Lo osservo senza farmi notare, almeno penso, e i nostri sguardi non s’incontrano mai.
Gira la testa mentre cammina, guardando in ogni verso, senza fretta con fare attento indagatore e, contemporaneamente, deconcentrato e assente. Strano a dirsi, ma provo come un brivido al suo avvicinarsi e spero ardentemente non si accosti troppo alla mia postazione.
Nel parcheggio entra un’automobile, vaga un po’ qua e là, e poi si ferma a pochi passi dal mio personaggio. Scende un signore di mezz’età alquanto corrucciato e complessivamente sgradevole che manovra intorno alla sua macchina e sembra non badare a lui. Egli invece lo osserva diritto, senza soste. Dopo un buon minuto colgo la sua frase iniziale:
“Che faccia!” dice con una sorprendente voce da bambino.
Non riesco a conciliare una voce così infantile con quell’aspetto da mezzo guru, mezzo sportivo trascurato e sudicio nello stesso tempo. Non riesco a formarmi un quadro coerente di lui. Eppure egli è un personaggio! Non ha bisogno di apparire verosimile o conservare una qualche coerenza logico–linguistica, egli ha dalla sua l’unica cosa che basta: la realtà, l’esistenza.
E poi, penso, non è da tutti sostenere uno sguardo in silenzio ed a lungo come ha fatto lui, osservare senza parlare per poi proferire una frase come la sua così sinteticamente sagace, precisa, amichevole e pungente tutto in una volta. Si tratta di sicuro di uno che ha fatto le sue scelte nella vita con coerenza, che ha il coraggio di non mischiarsi nelle frasi fatte e nel buonismo di circostanza soprattutto in questo periodo orgiastico e augurale insieme del consumo natalizio.
Sono sempre più preso e intrigato dal mio personaggio, ora parla con quel tale, hanno abbassato il tono di voce e non capisco nessuna parola, noto soltanto i loro movimenti: rapidi e amplificati quelli del nuovo venuto, ridotti al minimo da spettatore indifferente, ma cordiale, quelli del mio giovane. Forse è un saggio? Uno che riesce a star fuori sia dalle convenzioni estetiche dominanti, sia dall’impero dei consumi? Che ancora sta seduto e passa il tempo senza far niente? Soltanto ad osservare? Attraente!
Egli sta lì a conversare con naturalezza senza mostrarsi affatto in imbarazzo per il suo abbigliamento quantomeno criticabile e, in fondo, non molto gradevole.
All’improvviso il tipo della macchina se ne va e lui, il soggetto delle mie attenzioni, si avvicina incontestabilmente proprio a me. Non posso evitarlo, guarda dritto verso la mia macchina, sento salirmi un ingiustificato quanto indeterminato timore e quasi vergogna per non aver rispettato la sua privacy osservandolo esplicitamente così a lungo. Mi accomodo uno sguardo indifferente e sulla difensiva, ma non alzo il vetro del finestrino, mi sembrerebbe un’eccessiva scortesia, e non tolgo il braccio appoggiato sulla portiera. Ormai è a pochi passi da me, mi è accanto, mi guarda fisso senza un movimento di nessuna parte della faccia: è più giovane di quanto quella sua esagerata barba possa nascondere.
All’improvviso capisco, raccolgo l’elemento unificatore di tutte le mie attività osservative: una scia di puzzo lasciata al suo passaggio penetra nell’abitacolo della macchina, mi stordisce e mi disgusta. Un barbone, ecco chi è.
Ma ora che quell’uomo è stato da me inventariato come barbone, ha anche perso molto del suo mistero e non mi giro nemmeno per guardare ancora colui che, per un’ora della mia vita, è stato la mia prima preoccupazione.
Meschinità dell’apprendista scrittore che, anziché dar corpo e vita alle parole, limita e sminuisce con esse la ricchezza dell’esistere.
Antonio
C’è un momento nell’esistenza di tutti, forse, in cui la propria vita viene spolpata di ogni cosa e hai davanti il tuo scheletro, essenzialmente nudo.
Quel momento, per Antonio Congia, era arrivato la notte dopo la sagra di san Martino a Sanluri, all’interno di un buco profondo nel terreno. Nel silenzio, nel buio, come in una tomba.
Scorreva sulla pelle e nel sangue la sua vita. Odio, amore, luce, tenebra, vita e morte lo percuotevano tutto in una volta. La faccia rossa e gonfia d’ira di suo padre che lo costrinse, bruciandogli i libri nel fuoco, a lavorare nei campi ancor bambino. La mano esangue della madre malata che con un cenno lo chiamava ad avvicinarsi al suo viso incavato, per dargli l’ultimo bacio. La prima volta che, lontano da tutti nascosto fra il mais maturo, si masturbò e, ancora inconsapevole, vide il suo bianco liquido. Il corpo morto di Lina, senz’alcun graffio, in apparenza soltanto dormiente, a capo riverso sul sedile accanto a lui. La rabbia violenta contro quell’autista. La notte felice e clandestina di un capodanno, passata nel parco del castello con Lina. I trenta giorni sotto il sole d’Africa a costruire una baracca che doveva diventare un ospedale. Ma più spesso di tutti gli altri pensieri, l’abside della chiesa di san Martino, dove ogni tanto andava solitario e muto, fin da quando era ragazzo.
Non ricordava bene come fosse caduto là dentro. Certo aveva mangiato fave bollite abbondantemente bagnate col vino davanti al falò della festa, questo sì che lo ricordava. Quando si era fatto buio da un pezzo, con ormai poche persone in giro, si ricordava di essere andato sotto il portichetto che fiancheggia la chiesetta, di aver inforcato l’arrugginita bici e di essersi diretto come barcollando nella nebbia verso casa, sulla strada per Samassi. Poi c’era un viso, di Lina? O forse la luna o qualcosa laggiù in fondo… poi il buio. E dopo il buio come delle unghiate violente in faccia, delle percosse a raffica nello stomaco e un colpo nelle gambe e poi giù fermo sul fondo, nella terra.
Nessun grido, nessun lamento esalò fuori dal pozzo. Fuori restò soltanto la sua bici, la sua storica bici che ormai i compaesani associavano a lui, rovesciata e ritorta come una dama barocca stesa su un’ottomana.
Forse dormì, anche; forse sognò, ma tanto pianse. Pianse per la compassione di se stesso. Antonio provava tenerezza per quel pover’uomo: gran lavoratore dalle mani forti e dure, lo sapeva; simpatico a tutti e senza nemici, anche questo aveva la sua importanza; ma, insomma, sfortunato o imbelle? Diretto a quale destino? Contemplava il suo dolore, che gli era sempre stato presente in ogni età, ma senza ribellione e quasi con dolcezza.
Oltre l’orifizio in alto, vedeva il cielo che da nero si era fatto blu rosato, limpido e quieto. Un nuovo giorno era iniziato, i fumi e le nebbie dell’alcol avevano lasciato il posto ad una leggerezza dolente. Avrebbe riamato. Questo avrebbe voluto, questo voleva, questo avrebbe fatto. Il passato non doveva ingurgitare anche i nuovi giorni che lo aspettavano, se lo aspettavano nuovi giorni. Tante cose, tanti amori si erano conclusi ed erano morti; ma ogni alba dimentica il buio che l’ha preceduta, e non si lascia ingannare da ciò che non c’è più.
Sarebbe tornato all’abside di san Martino, si sarebbe fatto aprire la chiesetta se l’avesse trovata chiusa, e là avrebbe pregato. Avrebbe pregato dio, o il sole, o la vita incessante: «Amore voglio, non paura» e se avesse pregato se stesso, si sarebbe detto: «Vivi, e vivi felicemente finché avrai vita».
Più ci pensava più trovava strana la cosa: già si sentiva felice, già era felice, e non aveva nemmeno ritegno a considerare la felicità come un fatto possibile per sé. Pianse e rise Antonio, mugolando come un cagnolino.
«Aooo! - urlò il ragazzo da sopra l’apertura in alto - Sei Antonio? Antonio Congia? Stai bene?»
Ma in quel momento, la beatitudine gli dava un groppo e impedì ad Antonio di spiaccicar parola.
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